Il taijiquan (che può anche essere scritto, in altre traslitterazioni, tai chi chuan o t'ai chi ch'uan), oltre a essere un’arte marziale molto efficace, è anche un metodo per “equilibrare” il qi e quindi per rimanere in buona salute il più a lungo possibile.
Negli ultimi anni in Cina e in Occidente si assiste a un grande interesse per il taijiquan, milioni di persone lo praticano in tutto il mondo.

Il movimento praticato durante l’esercizio è di gran beneficio per i muscoli, i legamenti, la circolazione del sangue, le ossa. Tutto questo, unito al rilassamento, fa del taijiquan un ottimo antidoto contro lo stress, e un piacere per il corpo e per la mente.

Praticare il taijiquan senza pensare all’applicazione marziale, al combattimento, ed esclusivamente per la salute o come esercizio fisico non è sbagliato.
Noi però pensiamo che sia riduttivo, che sia una pratica corretta ma limitata. È come pedalare su una ciclette in palestra invece di pedalare tra i campi in primavera. Fa bene, ma non diverte. Il movimento è pressoché uguale, ma l'attenzione e l'intenzione sono differenti.
L’arte marziale non serve certo a diventare dei violenti. L’idea, l’intenzione, è quella che muove l’energia, il qi, l’applicazione marziale aiuta a spostare l’attenzione dove desideriamo noi, o meglio dove è necessario.

Il qi è l’elemento che dinamizza il rapporto fra Yin e Yang, che rende vivi ed equilibrati i due poli dell’energia. L’energia fluendo liberamente lungo i meridiani riequilibra i meridiani stessi, tonificando e rilassando l’organismo.



"Un yin e un yang è detto il Tao. L'unione appassionata di yin e yang, così come la copula di uomo e donna, costituisce il modello eterno dell'universo. Se il cielo e la terra non si fossero mescolati, da dove ogni cosa avrebbe potuto ricevere la vita?"
Ch'eng Tzu

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La coppia yin-yang simboleggia tutte le coppie di opposti: 
ombra-luce
notte-giorno
freddo-caldo
inverno-estate
umido-secco
acqua-vapore
riposo-attività
assorbire-rilasciare
spazio-tempo
materia-energia
...-...

L'universo è in movimento perenne tra questi estremi.

E questo passare continuamente da una polarità all'altra, mai però in contrapposizione ma in reciproca armonia come due amanti, è anche il fondamento ideale del taijiquan (scritto anche t'ai chi ch'üan; o, con un'altra traslitterazione, tai chi chuan).

Un'arte marziale nata in ambienti taoisti, figlia quindi di una filosofia che nella sua opera fondante (il Daodejing) ha scritto: 
"La cedevolezza prevale sulla forza, 
la morbidezza batte la durezza",
"fra due combattenti vince chi cede",
 "Vince il nemico chi non dà battaglia. Chi sta al di sotto ben comanda gli uomini. Del non contendere questa è la virtù".

Queste sono dunque le idee che stanno alla base di questa arte marziale. Idee certamente di difficile comprensione e attuazione. Almeno finché non proveremo su noi stessi che davvero si può prevalere su chi è più forte semplicemente restando spontanei e morbidi; o che non contrapponendosi a un attacco violento, questo, non trovando un punto su cui sfogarsi, si ritorcerà immancabilmente contro chi lo ha sferrato. 
Perché lo yang si trasforma incessantemente in yin, e lo yin si trasforma incessantemente in yang.

Detto in un altro modo: nel momento in cui qualcuno attacca un'altra persona, cioè gli va contro, sbaglia, rompe l'equilibrio, l'armonia che non può essere infranta; va contro a un'altra parte di sé stesso. 
Rispondere col taijiquan non è altro che essere del tutto naturali e spontanei, lasciare che le cose seguano il loro corso naturale: l'aggressore andrà da solo incontro alla sconfitta, trascinato dal suo stesso gesto.

Altra citazione, molto più vicina a noi nel tempo e nello spazio: "un'idea, se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione" (Gaber).
Il Taijiquan è questo: mangiarsi l'idea. Prenderla, mangiarla e digerirla; attuarla; sentirla, oltre che intenderla razionalmente; comprenderla, oltre che capirla.
Perché: "La conoscenza va usata: la si può trasformare in potere. La comprensione invece è qualcosa di più grande di noi, che non diventa potere: non la si può usare, ma solo accettare" (Sheckley).

Non quindi solamente capire le tecniche ma sperimentarle su di noi e imparare ad ascoltarci; non solamente capire le intenzioni dell'avversario ma sentirlo, identificandosi con lui, fluendo assieme a lui, comprendendolo. E attraverso la comprensione di sé stessi e degli altri, arrivare a comprendere il tutto.

A cosa serve il tai chi chuan? 
Serve per rafforzare e sbloccare la circolazione dell'energia vitale nel corpo: quindi per la salute
Serve come forma di meditazione in movimento. 
Serve come arte di combattimento.
 
E poi... in un tempo in cui sono di moda i 'duri' e i forti; in cui sono tornati a pretendere di governare ("Dove inerte è il governo, sano è il popolo; dove il governo è attivo, soffre il popolo"(Lao Zi)) quelli il cui credo è: Vincere!;
in cui i nuovi messia predicano la competitività, l'efficienza, il successo e l'essere primi; allora può essere utile un'arte che insegni a essere morbidi, a non andare mai 'contro' ma sempre 'assieme', a seguire l'avversario dimenticando sé stessi, a rimanere in disparte nei luoghi più infimi e bassi "come una valle che tutto accoglie"; in definitiva un'arte che insegni a perdere: "Con la durezza, sia noi che il nostro avversario possiamo venir sconfitti o feriti e questa non è certo maestria. Se il mio avversario usa la durezza, io lo neutralizzo con la morbidezza. Se il mio avversario attacca con un movimento rapido, io con calma attendo il suo attacco e lo neutralizzo. ... . E per questo io vi dico che chi studia il tai chi chuan deve accettare di perdere per vincere" (Cheng Man Ch'ing).

"Perdere, ... , senza accettare alcun combattere, alcuna illusoria opposizione, alcuna violenta autoaffermazione egoica. Abbandono come via di fuga e come condizione culturale superiore rispetto alla tensione storica. Abbandono come riconoscimento dell'armonia tra deriva singolare e gioco cosmico" (Bifo).

Quindi rinunciare a vincere (perché non c'è nulla da vincere), arrivando così - incredibile - attraverso la perdita alla vittoria, a prevalere così come la cedevolezza dell'acqua prevale sulle cose dure. Ma fare taijiquan con l'intento dell'utilità vuol dire rientrare già nella logica dei summenzionati personaggi; nelle loro (il-)logiche competitive e utilitaristiche.

Si pratica il taijiquan per il puro piacere di farlo; e in questo modo, non ricercando nulla se non, al limite, l'inutilità e il gioco - miracolo! - arriveremo agli scopi; a qualsiasi scopo, perché
"Il Tao costantemente non agisce, eppure non v'è nulla che non faccia"
(Lao Zi).

Ma, soprattutto, si arriva a comprendere che non siamo noi a fare il Taiji, esso si genera spontaneamente; o, meglio, forse un giorno, se proseguiremo, arriveremo a essere il Taiji, fusi con l'arte (marziale o no, che importa?).

E, come diceva Don Juan a Castaneda: "Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato".

E allora, perché praticare taijiquan? Quanto scritto sopra è una delle possibili risposte. Se non è soddisfacente (e non deve esserlo!) l'unico modo è provare il taijiquan. D'altronde:

"A che vi serve una filosofia se non la potete scolpire, cantare e danzare?" (Zolla).





























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